giovedì, 19 aprile 2007, ore 10:21

Le letture sono ferme da tempo. Come fa un disgraziato a leggere quando è sommerso dagli esami?? A presto con Mario Brelich e il suo Sacro Amplesso.

EbenezerGoring
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martedì, 03 aprile 2007, ore 12:33

Io e Dumas padre non ci siamo mai frequentati molto, e solo un po' di tempo fa ho deciso che era ora di tentare un approccio.
Ecco così comparire sulla mia scrivania l'agile libriccino La marchesa di Brinvilliers.

Marie Madeleine d'Aubray, poi marchesa di Brinvilliers nel 1676, nasce nel 1630. La nobildonna sposa a ventun anni il vecchio Antoine Gobelin, che non si rivelerà marito esemplare. Dopo aver avuto molti amanti, si innamora di un ufficiale di cavalleria privo di scrupoli, Jean-Baptiste Gaudin de Sainte-Croix, che il padre della ragazza, fa prontamente rinchiudere in carcere. Sainte - Croix - uscito di prigione - e la marchesa si diletteranno ad eliminare col veleno i nemici, tra i quali il padre della marchesa, due suoi fratelli ed altre persone che erano loro di ostacolo. I poveri dell'ospedale dell'Hotel-dieu, che era suo dovere di nobildonna visitare ogni tanto, le servirono da cavie per sperimentare nuovi veleni. Ma il diavolo, si sa, può fabbricare le pentole (anche quelle per i veleni), ma non i coperchi. E i coperchi, più di ogni altra volta, sarebbero stati vitali in questo frangente: mentre Sainte - Croix faceva ricerche per trovare un veleno talmente sottile da uccidere con i soli vapori, finisce intossicato dalle esalazioni del liquido che stava manipolando, stroncandolo all'istante. Nel testamento lasciò alla marchesa una cassetta, colma di veleni, che attirò l'attenzione della polizia. Il valletto complice del cavaliere ed il farmacista che gli prestava gli alambicchi furono arrestati e sotto tortura parlarono. La marchesa venne condannata alla decapitazione. La condanna fu eseguita solo due anni dopo, quando un implacabile poliziotto la stanerà in Belgio.

C'è tutto Dumas in questo breve romanzo, appartenente alla collana dei diciotto Delitti Celebri. Un libriccino gustoso che fonde indagine storica e gusto della cronaca giornalistica. Nella parentesi carceraria di Sainte - Croix sembra quasi che Dumas getti i semi di un altro suo romanzo, il cui protagonista è la parziale nemesi di questo; parlo naturalmente di quell' Edmond Dantes che tante emozioni regalerà ai lettori nel Conte di Montecristo. Parziale, dicevo, perchè è indubbio che anche nel buon Dantes alberghi, tutto sommato, il medesimo piacere del dolo, seppur emendabile per le particolari condizioni della sua vicenda.
E questo Edmond Dantes al contrario chi poteva incontrare in carcere se non un degno compagno di malaffare, quell'italiano Exili che si rivelerà abile maestro a rovescio, specchio negativo e infame dell'abate Faria di Dantes?
Exili non è tuttavia una figura inventata da Dumas. Nicolo Egidi, o Eggidio, era un famoso alchimista - avvelenatore professionista del Seicento che, pare, lavorò anche alla corte di Cristina di Svezia. Se Dumas avesse saputo che il buon Descartes, allora alla corte della regina svedese, morì forse in seguito ad avvelenamento, e non a polmonite, avrebbe sicuramente pubblicato il diciannovesimo libro della collana.

Due curiosità:

1) Il caso Brinvilliers scatenò una enorme psicosi degli avvelenamenti, che sfociò addirittura nella creazione, nel 1679, di un tribunale speciale. Anche il commediografo Jean Racine fu accusato di avvelenamento dell'amante. Tali avvenimenti sono conosciuti come affaire des poisons.

2) Nicolas Fouquet, qui citato più volte da Dumas come amico di Sainte - Croix, era il potentissimo sovrintendente alle finanze di Luigi XIV, che lo fece rinchiudere nella fortezza di Pinerolo (la stessa fortezza dove, forse, soggiornava coattamente il fratello gemello del re). Dumas era ancora agli inizi dei suoi approcci meta storici col Grand Siècle, e non era ancora al corrente del fatto che che fu un luogotenente ad eseguire l'arresto di Fouquet, Charles Batz de Castelmore, detto... D'Artagnan. Lo scoprirà anni più tardi. I risultati di quell'incontro li conosciamo, perlomeno a grandi linee, tutti quanti.

Dumas Alexandre, La marchesa di Brinvilliers (1839 - 40), Passigli Editori, 2005.

EbenezerGoring
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giovedì, 22 marzo 2007, ore 19:10

 

Mi capita spesso di imbattermi, assolutamente per caso, in libri e autori a me totalmente sconosciuti. E' il caso di Anna Maria Ortese e della sua Iguana. La caccia, per me, aveva naturalmente inizio.

Molto amata da Calvino, fu Pietro Citati a voler riproporre i suoi racconti per conto della casa editrice Adelphi.
Ammetto che è impresa troppo ardua riuscire a riassumere agevolmente la caleidoscopica trama di questo romanzo allegorico. La solitudine che anima il libro è chiarissima; traspare da ogni singolo capoverso, da ogni singola parola.
La Ortese ci racconta di Don Carlo Ludovico Aleardo di Grees, dei duchi d’Estremadura Aleardi, nonché conte di Milano: egli è un architetto compratore di isole che un bel giorno, per volere della madre, va alla ricerca di nuove terre da acquistare, fino a giungere ad Ocana, una strana isola portoghese dove alcuni fratelli vivono in enorme povertà assieme ad Estrellita, una iguana che svolge mansioni da cameriera. Estrellita, come novella cenerentola, viene continuamente maltrattata e sfruttata.

Racconto allegorico amaro e ironico, l'Iguana narra del decadimento delle creature umane, che in una inesorabile escalation continuano imperterrite nel loro lavoro di eliminazione del "naturale".

L'Eden era tutto il mondo, tutto il mondo era un Eden.
Ocana era un frammento sopravvissuto dell'Eden, ma anche qui il dramma si ripropone, e inizia la dolorosa scissione tra umano e naturale, ed Estrellita, la povera iguana, finisce chiusa in un pozzo, in uno scantinato, in un pollaio, maltrattata e vilipesa in ogni maniera.

Come non vedere nei suoi occhi teneri, nel suo disperato e goffo trotto, nei suoi pianti rotti, la natura offesa e impaurita che teme di aver definitivamente perduto la sua creatura più importante? Così fortemente attaccata ad essa da considerarla padre e figlio allo stesso tempo?

E Aleardo, per tutti d'ora in poi "Daddo"? Egli è l'incarnazione, un po' ironica, un po' patetica, della bontà fanciullesca, tra le più commoventi che io abbia mai visto in un personaggio romanzesco. Daddo vorrebbe sposare l'Iguana e redimerla, sollevandola dallo stato di miseria in cui giace.

Agli occhi di Daddo la Ortese demanda l'osservazione degli eventi, in un susseguirsi stroboscopico di eventi continuamente alternanti tra letteralità e allegorismo allucinato.

Daddo finisce per impazzire. Tutto era iniziato con l'approdo ad una qualsiasi isola del Portogallo, continuando, prima, con l'amara constatazione dello status di subalternità del povero animale (continuamente maltrattato dai padroni dell'isola) e poi coi propositi dickensiani di redenzione del conte, e terminando con un tragico volo in un pozzo, nel tentativo di salvare l'animaletto, sorpreso lì dentro.
Ma è durante il volo nel pozzo che Daddo, ormai delirante, assiste all'evento più assurdo: il processo per l'assassinio più grande: l'omicidio di Dio stesso. E' lì. Giace, con le sembianze di una farfalla bianca su un freddo lettino d'acciaio. E' l'ultima immagine di Daddo in - cosciente. Poi, un sorriso piega per sempre gli angoli della sua bocca serena.

Dio è morto. La natura è morta. C'è ancora speranza? Forse si.
Il tentativo di redenzione del buon Daddo non è andato a buon fine, ma il suo sacrificio forse a qualcosa è servito.
Estrellita non si era fatta granchè male. Il suo farsi sorprendere sul fondo del pozzo altro non era che una bambinesca richiesta di considerazione e di affetto, finita in dramma.
Ma il cristallino cuore di Daddo, quello di un uomo che per vivere senza inquietudine avrebbe dovuto redimere prima l'intero universo, getta una fioca luce di speranza: Estrellita, tirata su dal pozzo, non è più una servetta - iguana, ma una servetta - bambina. Forse anche il Dio farfalla non è morto; forse qualche altra crisalide in questo momento si sta schiudendo.

Un libro assolutamente da leggere

Ortese Anna Maria, L'Iguana (1986), Milano, Adelphi Edizioni, 2003.

 

EbenezerGoring
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domenica, 18 febbraio 2007, ore 13:03

Trovato anni fa, per caso, sulla libreria di casa mia alle Eolie, l'ho ricomprato con la mia bambina qualche tempo fa, e l'ho preso anche a lei, essendo entrambi due feticisti del libro. Bar Sport si consuma meglio in due.

Bar Sport è una tremenda, divertentissima, Comedie humaine all'italiana. Il bar, lo sa bene qualsiasi italiano - il fancazzista per antonomasia - non è solo un bar, ma un microcosmo di archetipi umani, quali il professore di liceo dalla posa quintilianea; lo sparaballe professionista, funambolo della verosimiglianza subitanea; il te(c)nnico del calcio, che conosce a memoria storia tradizioni e tecniche del calcio, ma non imbrocca un 13 manco per sbaglio; il ragioniere fantozziano innamorato della cassiera dal seno spropositato; il ragazzino bastardo di otto anni, terrore di ogni barista per le sue inumane richieste gelatifere ai limiti della decenza architettonica (una volta un airone è morto per essersi scontrato con gli ultimi due strati cioccolato e pistacchio di un bambino del reggiano, ma il gelataio in compenso è stato chiamato in Cina per completare i lavori della torre di Taipei). Un bar squallido, fatto di telefoni a gettoni nascosti negli angoli più improbabili del locale, ma teatro di situazioni relazionali ancora più assurde; di flipper scassati capaci di fare più rumore di uno Shuttle mentre precipita; di biliardi consunti rimasti lì per dimostrare, ad ogni colpo di stecca, come la fisica dei corpi abbia ancora molto da scoprire; di giornate trascorse in una indolenza tanto aberrante quanto confortevole. E dentro lo squallore della sala, si consumano le avventure tragicomiche di una società quotidiana che non può non riconoscersi in almeno uno di questi personaggi, nella loro sottile crudeltà linguistica, nella loro vacua retorica celebrativa, nel loro indorare pillole altrimenti indigeribili, nel loro cameratesco modo di intendersi, quando il sadico e infantile piacere di complicare la vita degli altri si impossessa di loro; e ancora, nella loro incapacità genetica di ammettere uno sbaglio, nel loro dipingere sfarzosamente pareti che a voler grattare farebbero orrore ai più forti di cuore, nel loro tenace parlare per banalità e luoghi comuni, ma con uno stile e una mimica assolutamente originali. Nessuno può non avvertire, nell'aroma dolce amaro che pervade la sala, quel disagio di vivere, fatto di neghittosità e di autoassoluzione consapevole, di inguaribile retorica celebrativa, di sottile, psicologica, crudeltà; quello strano spleen - così puramente, dannatamente, italiano - apparentemente aproblematico, in fondo irrinunciabile - come il ciuccio per i neonati - ai limiti (spesso abbondantemente travalicati) del prosaico più adolescenziale, eppure così personale, pirandellianamente allegro, vivo, genuino anche quando ipocrita.

Ma i tempi del Bar Sport sono finiti. Se il Bar Sport di Benni era il riflesso di ciò che si era trent'anni fa, un altro libro di Benni, Bar Sport Duemila, è il riflesso di cosa siamo oggi. Ecco cosa dice Benni su Repubblica:

Mi chiedono se dopo trent'anni il bar Sport esiste ancora. Quel vecchio ritrovo che non era solo luogo di consumo, ma teatro di racconti e ironia. Credo che i bar sport della mia giovinezza siano una razza in estinzione, come le balene e le macchine da scrivere. Ne sopravvivono alcuni nelle periferie delle città e soprattutto nei piccoli paesi. I sociobarologi sanno dove trovarli, ma conservano gelosamente il segreto. Comunque sia, il microcosmo del bar è cambiato, e ne faccio qualche esempio.

Il nome
Una volta sull'insegna del bar c'era scritto Bar, e basta. Al massimo si poteva aggiungere il nome del proprietario, Bar Gino, o dello sponsor, Bar Moka, o della fede calcistica, Bar Rossoblu, o un appunto logistico, Bar Mercato. Una preposizione come "da" o "al" era già uno spreco di neon, e un'inquietante segno di mollezza grammaticale: Bar da Gino, Bar al Porto, Bar dello Sport. Adesso, per essere preso in considerazione, un bar deve avere un'insegna che contenga definizioni plurime e poliglotte. Ossia: Caffèteria panineria wine-bar enoteca degustazione snacks internet point. Oppure: Lounge bar pasticceria pub croissants bistrot long drinks happy hour. Potete dire: mio marito va tutte le sere al lounge torna a casa pieno di drinks, mi vomita gli snacks sulla moquette, si addormenta no-sex e io trombo col boy del pizza express.
Paste
Chiunque può notare l'anemia saccarifera che ha dimezzato e miniaturizzato il peso di paste e brioche. Paste come la Luisona non esistono quasi più, o vengono vendute come panettoni. Una volta, per portare a casa dodici paste, serviva un ben sagomato vassoio di cartone da esibire penzolante al mignolo. Adesso dodici bignè stanno sopra un biglietto da visita.
Diversa anche la gamma dei caffè. Da alto, basso e corretto, siamo passati a centododici tipi diversi con nomi come Orzino, Mokaccino, Cremino, Estivo, Americano, Noisette. Anche nei gelati, siamo passati dai dieci gusti ai centocinquanta. Che sono poi i dieci gusti di una volta ognuno con quindici coloranti diversi.

Rumori
Il rumore del bar Sport era una inconfondibile risacca umana, un sobbollire di stomaci e trippe, un tinnire di bicchieri e biliardi. Vi si distinguevano rutti possenti, scatarrate introflesse ed estroflesse e bestemmie non ancora moviolate dalla televisione. C'era lo sbattere ritmato delle carte da gioco sul tavolo, il tinnire dei flipper, il rullare del calcetto, il cozzare delle palle da biliardo, il sibilo della macchina espresso che fumava come una locomotiva del west. Ora tutto il rumore viene da un grande schermo televisivo al centro, che spara videoclip e telegiornali a tutto volume. Quasi nessuno guarda o ascolta, ma ci si sente a casa.

Bancone

Molti vecchi banconi di legno sono stati sostituiti da monoliti e moloch di alabastro, vetroresina e tantalio. Da banconi, sono diventati barricate. Ma è cambiato soprattutto quello che c'è sopra. Nel vecchio bar Sport c'erano a malapena la zuccheriera e le schedine. Ora sul bancone si affollano cinquanta tipi di zucchero, compreso lo zucchero amaricante e lo zucchero per mancini e un intero buffet di stuzzichini, dal tarallo all'oliva, dall'uovo di edredone alla mini-frittata. Con un aperitivo, si può fare un pasto completo. Ma il barista non ci rimette mai. Infatti l'aperitivo costa come tre pasti completi.

Vino e liquori
Una volta il vino era bianco o rosso o tutt'al più novello. Ora un cartello annuncia a tutti che è arrivato il Beaujolais nouveau, o che c'è un'ampia scelta di vini sudafricani. Ma soprattutto c'è l'happy hour, che vuole dire che in quell'ora si beve a prezzo ridotto. Ma non è una novità: una volta c'era la John sleepy hour. Quando il barista Giovanni si addormentava ubriaco, e tutti ne approfittavano per vuotare le bottiglie degli amari.

Calcio e conversazione
Un grande richiamo del bar Sport era il tabellone del totocalcio, su cui il barista-mosaicista intarsiava le letterine di plastica coi risultati del campionato. Sotto questa lapide del destino si sostava in febbrile consultazione, controllando le schedine. Dato che le letterine di plastica si staccavano e si perdevano facilmente, i risultati erano in una lingua criptica e monca. Ad esempio: Jueus - Itr 1-0, oppure Mln. - Fiorna 1 - b. Bisognava decifrare o chiedere spiegazioni. Adesso tutti entrano al bar conoscendo risultati e classifiche, e spesso hanno già i gol registrati nel telefonino. È aumentata (in quantità ma non in qualità) anche la competenza. A un esperto degli anni 60 bastava sapere a memoria le formazioni di serie A. Nel duemila un tecnico di media competenza deve conoscere nome e misure delle fidanzate dei calciatori famosi, e le formazioni di Mali, Corea del Sud ed Estonia. Ora come allora, non sa dov'è il Mali né la Corea né l'Estonia. Ultimo particolare, nella conversazione del bar, l'esempio della televisione ha abolito due frasi "non me ne intendo" e "forse ho sbagliato".

Toilette
Nel vecchio bar Sport c'erano spesso i bagni esterni per raggiungere i quali dovevi uscire ad affrontare intemperie, labirinti e lunghi viaggi. Ma soprattutto c'era il bagno con la terribile turca magnetica. Una trappola viscida e subdola che, per quanta attenzione tu facessi, possedeva un malefico potere di attrazione gravitazionale, che ti faceva scivolare e finire col culo incastrato. Ora, anche in bar modesti, ci sono grandi toilettes con water igienizzati, maniglie antiscivolo, sistemi di allarme e rotoli di carta igienica grandi come rotative, Ma sopra questo bagno c'è sempre il cartello "Bagno fuori servizio. Si prega di usare il bagno di fronte". E nel bagno di fronte ci aspetta la subdola turca magnetica.

Fuori e dentro
Una volta fuori dal bar si stava seduti al tavolo e se pioveva, appoggiati al muro con l'ombrello. Adesso ci sono i gazebi, enormi serre di vetro dentro le quali in estate si fa la sauna e in inverno ci si arrostisce al calore rovente di stufe - fungo. Dai vetri del gazebo si possono vedere a pochi centimetri, i volti terrei degli automobilisti bloccati nell'ingorgo. A volte un Tir entra col muso, per chiedere informazioni. Ma ci sarà sempre qualcuno che dirà: dai, non andiamo dentro al bar, stiamo fuori che respiriamo, e vi rinchiuderà nella prigione di cristallo.

Animali
Gli animali del bar Sport erano molti e accettati. Lo scarafaggio dello zucchero, la mosca della birra, che sapeva nuotare anche a dorso, il topo del magazzino e Polpetta, il gatto mimetico, dello stesso colore della sedia, su cui tutti si sedevano schiacciandolo, e naturalmente il cane Poldo che dormiva dietro il bancone. Ora fuori dal bar ci sono cartelli come "Io non posso entrare", "locale igienizzato" e "locale derattizzato". Ma la fauna non è scomparsa. Nello zucchero dietetico ci sono degli scarafaggi magrissimi, le mosche entrano dal condizionatore, e le signore entrano portando infilati nella pelliccia e sommersi nelle tette, dei cagnolini tremanti con gli occhi terrorizzati. Fuori, altri cani in triste attesa, legati a segnali stradali, piangono per ore. Il topo spia dal cassonetto, e sa che tornerà il suo momento.

Prezzi
Nel vecchio bar Sport se qualcuno chiedeva un bicchiere di acqua di rubinetto, il barista gli chiedeva: mi faccia vedere la pastiglia da ingoiare. Nel senso che in quel bar si serviva solo vino, a meno che non ci fossero gravi ragioni mediche. Anche il sangue al naso dei ragazzini veniva pulito col sangiovese. Ora l'acqua di rubinetto è stata sostituita dall'acqua minerale. E l'acqua minerale è il solo prodotto che nel nostro paese è rincarato più del petrolio. Cosa sarebbe accaduto se trent'anni fa, in un bar, qualcuno avesse chiesto un bicchiere d'acqua e gli avessero detto, sono tremila lire, signore?

Storie
Non ho nostalgia del bar Sport, ma delle storie che ci sentivo. Inventate, raccontate, esagerate, e soprattutto create personalmente. Cominciavano così: "Sentite amici cosa mi è successo ieri". Adesso entro in un bar e sento: "Sentite amici cos'è successo ieri a Briatore".

Sarà anche una bella storia, ma io esco.

EbenezerGoring
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