
Le letture sono ferme da tempo. Come fa un disgraziato a leggere quando è sommerso dagli esami?? A presto con Mario Brelich e il suo Sacro Amplesso.

Io e Dumas padre non ci siamo mai frequentati molto, e solo un po' di tempo fa ho deciso che era ora di tentare un approccio.
Ecco così comparire sulla mia scrivania l'agile libriccino La marchesa di Brinvilliers.
Marie Madeleine d'Aubray, poi marchesa di Brinvilliers nel 1676, nasce nel 1630. La nobildonna sposa a ventun anni il vecchio Antoine Gobelin, che non si rivelerà marito esemplare. Dopo aver avuto molti amanti, si innamora di un ufficiale di cavalleria privo di scrupoli, Jean-Baptiste Gaudin de Sainte-Croix, che il padre della ragazza, fa prontamente rinchiudere in carcere. Sainte - Croix - uscito di prigione - e la marchesa si diletteranno ad eliminare col veleno i nemici, tra i quali il padre della marchesa, due suoi fratelli ed altre persone che erano loro di ostacolo. I poveri dell'ospedale dell'Hotel-dieu, che era suo dovere di nobildonna visitare ogni tanto, le servirono da cavie per sperimentare nuovi veleni. Ma il diavolo, si sa, può fabbricare le pentole (anche quelle per i veleni), ma non i coperchi. E i coperchi, più di ogni altra volta, sarebbero stati vitali in questo frangente: mentre Sainte - Croix faceva ricerche per trovare un veleno talmente sottile da uccidere con i soli vapori, finisce intossicato dalle esalazioni del liquido che stava manipolando, stroncandolo all'istante. Nel testamento lasciò alla marchesa una cassetta, colma di veleni, che attirò l'attenzione della polizia. Il valletto complice del cavaliere ed il farmacista che gli prestava gli alambicchi furono arrestati e sotto tortura parlarono. La marchesa venne condannata alla decapitazione. La condanna fu eseguita solo due anni dopo, quando un implacabile poliziotto la stanerà in Belgio.
C'è tutto Dumas in questo breve romanzo, appartenente alla collana dei diciotto Delitti Celebri. Un libriccino gustoso che fonde indagine storica e gusto della cronaca giornalistica. Nella parentesi carceraria di Sainte - Croix sembra quasi che Dumas getti i semi di un altro suo romanzo, il cui protagonista è la parziale nemesi di questo; parlo naturalmente di quell' Edmond Dantes che tante emozioni regalerà ai lettori nel Conte di Montecristo. Parziale, dicevo, perchè è indubbio che anche nel buon Dantes alberghi, tutto sommato, il medesimo piacere del dolo, seppur emendabile per le particolari condizioni della sua vicenda.
E questo Edmond Dantes al contrario chi poteva incontrare in carcere se non un degno compagno di malaffare, quell'italiano Exili che si rivelerà abile maestro a rovescio, specchio negativo e infame dell'abate Faria di Dantes?
Exili non è tuttavia una figura inventata da Dumas. Nicolo Egidi, o Eggidio, era un famoso alchimista - avvelenatore professionista del Seicento che, pare, lavorò anche alla corte di Cristina di Svezia. Se Dumas avesse saputo che il buon Descartes, allora alla corte della regina svedese, morì forse in seguito ad avvelenamento, e non a polmonite, avrebbe sicuramente pubblicato il diciannovesimo libro della collana.
Due curiosità:
1) Il caso Brinvilliers scatenò una enorme psicosi degli avvelenamenti, che sfociò addirittura nella creazione, nel 1679, di un tribunale speciale. Anche il commediografo Jean Racine fu accusato di avvelenamento dell'amante. Tali avvenimenti sono conosciuti come affaire des poisons.
2) Nicolas Fouquet, qui citato più volte da Dumas come amico di Sainte - Croix, era il potentissimo sovrintendente alle finanze di Luigi XIV, che lo fece rinchiudere nella fortezza di Pinerolo (la stessa fortezza dove, forse, soggiornava coattamente il fratello gemello del re). Dumas era ancora agli inizi dei suoi approcci meta storici col Grand Siècle, e non era ancora al corrente del fatto che che fu un luogotenente ad eseguire l'arresto di Fouquet, Charles Batz de Castelmore, detto... D'Artagnan. Lo scoprirà anni più tardi. I risultati di quell'incontro li conosciamo, perlomeno a grandi linee, tutti quanti.
Dumas Alexandre, La marchesa di Brinvilliers (1839 - 40), Passigli Editori, 2005.

Mi capita spesso di imbattermi, assolutamente per caso, in libri e autori a me totalmente sconosciuti. E' il caso di Anna Maria Ortese e della sua Iguana. La caccia, per me, aveva naturalmente inizio.
Molto amata da Calvino, fu Pietro Citati a voler riproporre i suoi racconti per conto della casa editrice Adelphi.
Ammetto che è impresa troppo ardua riuscire a riassumere agevolmente la caleidoscopica trama di questo romanzo allegorico. La solitudine che anima il libro è chiarissima; traspare da ogni singolo capoverso, da ogni singola parola.
La Ortese ci racconta di Don Carlo Ludovico Aleardo di Grees, dei duchi d’Estremadura Aleardi, nonché conte di Milano: egli è un architetto compratore di isole che un bel giorno, per volere della madre, va alla ricerca di nuove terre da acquistare, fino a giungere ad Ocana, una strana isola portoghese dove alcuni fratelli vivono in enorme povertà assieme ad Estrellita, una iguana che svolge mansioni da cameriera. Estrellita, come novella cenerentola, viene continuamente maltrattata e sfruttata.
Racconto allegorico amaro e ironico, l'Iguana narra del decadimento delle creature umane, che in una inesorabile escalation continuano imperterrite nel loro lavoro di eliminazione del "naturale".
L'Eden era tutto il mondo, tutto il mondo era un Eden.
Ocana era un frammento sopravvissuto dell'Eden, ma anche qui il dramma si ripropone, e inizia la dolorosa scissione tra umano e naturale, ed Estrellita, la povera iguana, finisce chiusa in un pozzo, in uno scantinato, in un pollaio, maltrattata e vilipesa in ogni maniera.
Come non vedere nei suoi occhi teneri, nel suo disperato e goffo trotto, nei suoi pianti rotti, la natura offesa e impaurita che teme di aver definitivamente perduto la sua creatura più importante? Così fortemente attaccata ad essa da considerarla padre e figlio allo stesso tempo?
E Aleardo, per tutti d'ora in poi "Daddo"? Egli è l'incarnazione, un po' ironica, un po' patetica, della bontà fanciullesca, tra le più commoventi che io abbia mai visto in un personaggio romanzesco. Daddo vorrebbe sposare l'Iguana e redimerla, sollevandola dallo stato di miseria in cui giace.
Agli occhi di Daddo la Ortese demanda l'osservazione degli eventi, in un susseguirsi stroboscopico di eventi continuamente alternanti tra letteralità e allegorismo allucinato.
Daddo finisce per impazzire. Tutto era iniziato con l'approdo ad una qualsiasi isola del Portogallo, continuando, prima, con l'amara constatazione dello status di subalternità del povero animale (continuamente maltrattato dai padroni dell'isola) e poi coi propositi dickensiani di redenzione del conte, e terminando con un tragico volo in un pozzo, nel tentativo di salvare l'animaletto, sorpreso lì dentro.
Ma è durante il volo nel pozzo che Daddo, ormai delirante, assiste all'evento più assurdo: il processo per l'assassinio più grande: l'omicidio di Dio stesso. E' lì. Giace, con le sembianze di una farfalla bianca su un freddo lettino d'acciaio. E' l'ultima immagine di Daddo in - cosciente. Poi, un sorriso piega per sempre gli angoli della sua bocca serena.
Dio è morto. La natura è morta. C'è ancora speranza? Forse si.
Il tentativo di redenzione del buon Daddo non è andato a buon fine, ma il suo sacrificio forse a qualcosa è servito.
Estrellita non si era fatta granchè male. Il suo farsi sorprendere sul fondo del pozzo altro non era che una bambinesca richiesta di considerazione e di affetto, finita in dramma.
Ma il cristallino cuore di Daddo, quello di un uomo che per vivere senza inquietudine avrebbe dovuto redimere prima l'intero universo, getta una fioca luce di speranza: Estrellita, tirata su dal pozzo, non è più una servetta - iguana, ma una servetta - bambina. Forse anche il Dio farfalla non è morto; forse qualche altra crisalide in questo momento si sta schiudendo.
Un libro assolutamente da leggere
Ortese Anna Maria, L'Iguana (1986), Milano, Adelphi Edizioni, 2003.
Trovato anni fa, per caso, sulla libreria di casa mia alle Eolie, l'ho ricomprato con la mia bambina qualche tempo fa, e l'ho preso anche a lei, essendo entrambi due feticisti del libro. Bar Sport si consuma meglio in due.

Bar Sport è una tremenda, divertentissima, Comedie humaine all'italiana. Il bar, lo sa bene qualsiasi italiano - il fancazzista per antonomasia - non è solo un bar, ma un microcosmo di archetipi umani, quali il professore di liceo dalla posa quintilianea; lo sparaballe professionista, funambolo della verosimiglianza subitanea; il te(c)nnico del calcio, che conosce a memoria storia tradizioni e tecniche del calcio, ma non imbrocca un 13 manco per sbaglio; il ragioniere fantozziano innamorato della cassiera dal seno spropositato; il ragazzino bastardo di otto anni, terrore di ogni barista per le sue inumane richieste gelatifere ai limiti della decenza architettonica (una volta un airone è morto per essersi scontrato con gli ultimi due strati cioccolato e pistacchio di un bambino del reggiano, ma il gelataio in compenso è stato chiamato in Cina per completare i lavori della torre di Taipei). Un bar squallido, fatto di telefoni a gettoni nascosti negli angoli più improbabili del locale, ma teatro di situazioni relazionali ancora più assurde; di flipper scassati capaci di fare più rumore di uno Shuttle mentre precipita; di biliardi consunti rimasti lì per dimostrare, ad ogni colpo di stecca, come la fisica dei corpi abbia ancora molto da scoprire; di giornate trascorse in una indolenza tanto aberrante quanto confortevole. E dentro lo squallore della sala, si consumano le avventure tragicomiche di una società quotidiana che non può non riconoscersi in almeno uno di questi personaggi, nella loro sottile crudeltà linguistica, nella loro vacua retorica celebrativa, nel loro indorare pillole altrimenti indigeribili, nel loro cameratesco modo di intendersi, quando il sadico e infantile piacere di complicare la vita degli altri si impossessa di loro; e ancora, nella loro incapacità genetica di ammettere uno sbaglio, nel loro dipingere sfarzosamente pareti che a voler grattare farebbero orrore ai più forti di cuore, nel loro tenace parlare per banalità e luoghi comuni, ma con uno stile e una mimica assolutamente originali. Nessuno può non avvertire, nell'aroma dolce amaro che pervade la sala, quel disagio di vivere, fatto di neghittosità e di autoassoluzione consapevole, di inguaribile retorica celebrativa, di sottile, psicologica, crudeltà; quello strano spleen - così puramente, dannatamente, italiano - apparentemente aproblematico, in fondo irrinunciabile - come il ciuccio per i neonati - ai limiti (spesso abbondantemente travalicati) del prosaico più adolescenziale, eppure così personale, pirandellianamente allegro, vivo, genuino anche quando ipocrita.
Ma i tempi del Bar Sport sono finiti. Se il Bar Sport di Benni era il riflesso di ciò che si era trent'anni fa, un altro libro di Benni, Bar Sport Duemila, è il riflesso di cosa siamo oggi. Ecco cosa dice Benni su Repubblica: